(Italiano) TERME DI SAN FILIPPO
TERME DI SAN FILIPPO
MONTE AMIATA

La vetta dell’Amiata si staglia dinnanzi ai nostri occhi, in tutta la sua imponenza. Una massa scura, arcigna che nemmeno il sole estivo riesce ad addolcire e che d’inverno dà l’impressione di essere un’isola misteriosa che galleggia su un mare di nebbia. Quest’angolo di Toscana è una terra di misteri che paiono gorgogliare dal ventre di una montagna che in realtà è un vulcano ormai spento. Ma che ciò nonostante pare voler ribadire che le sue energie non sono ancora domate. Così dalle sue pendici zampillano fonti di acqua calda e termale, mentre i vapori che provengono dalla sua anima più profonda, alimentano le centrali geotermiche.

Qui, sull’Amiata, niente è come altrove. I boschi sono disseminati dai massi eruttati un tempo antichissimo dalle fauci del vulcano e che hanno assunto le forme più strane ed inusuali. Pietre disseminate in ogni dove e sulle quali si attorcigliano le radici degli alberi della foresta. Massi che spesso hanno nomi che sanno di leggende, di streghe, di demoni e dietro le quali ti aspetteresti forse vedere far capolino la testa minuta di un folletto. Una terra magica, un luogo sospeso fra la realtà e la fantasia.
Un pezzo di Toscana che non smette di sorprenderti. Ti incammini per un sentiero nel mezzo degli alberi. Sai benissimo che, inevitabilmente, qualcosa di imprevisto ti si parerà, improvviso, dinnanzi agli occhi: una chiesetta romanica, lo scorcio diroccato di un antico castello, una fonte con un’epigrafe che ricorda il miracolo di un santo, e così via. Ma mai ti aspetteresti di vedere, qui, in mezzo al bosco, dopo aver attraversato un ruscello su un ponticello di legno, una cascata candida che sembra fatta di ghiaccio e che brilla ai raggi del sole che riescono a filtrare fra le chiome degli alberi. Dove siamo? In una fiaba o su un set cinematografico dove una troupe sbadata e frettolosa ha abbandonato la sua scenografia?
Ti stropicci gli occhi e hai la conferma che non si tratta di un sogno. Questa cascata è reale, come il minuscolo pugno di case in pietra che percepisci poco sopra, isolatissimo nell’immensità del verde.
Solo allora, con più tranquillità, ti metti allora ad osservare quelle superfici biancastre che solo apparentemente sono di ghiaccio; e le stalattiti e le stalagmiti alte e compatte che scendono maestose non dal buio di una fredda grotta, ma sotto un cielo azzurro, fra cascate d’acqua che precipitano a formare, poco più sotto, laghetti fumanti e biancastri. Tutto si spiega. Si tratta, semplicemente, dell’effetto del deposito dei sali minerali delle acque termali che scaturiscono a 52° C e che nel piccolo borgo di Bagni San Filippo vengono sfruttate per scopi terapeutici. Il miracolo, c’è, ma non è da attribuirsi all’intervento soprannaturale, come è il caso della Madonna che si è degnata di visitare altri luoghi della Toscana per farvi cadere la neve anche d’agosto.
Un santo in realtà ci capitò, e non un santo qualsiasi. Era l’anno 1260 e Filippo Benizzi, che cercava un nascondiglio per non essere rintracciato dal Conclave di Viterbo che voleva a tutti i costi eleggerlo papa. Il Benizzi, che era un uomo senza pretese e senz’altro abituato ad una vita molto modesta, si rifugiò in una in una cella scavata nella viva roccia a circa un chilometro dalle terme. La grotta, trasformata in cappella, esiste ancora oggi e testimonia della semplicissima di vita del Benizzi. Si racconta anche che, dopo tre anni, venuto a sapere dell’elezione di papa Gregorio X al suo posto, preso dall’euforia, percosse la viva roccia, facendo scaturire la miracolosa acqua termale.
Leggende senz’altro, ma che qui sulle propaggini dell’Amiata, hanno sempre qualcosa di reale. Qui dalla valle del Paglia, si intravede la vicina rocca di Radicofani che appartenne a quel Ghino di Tacco, citato da Dante e dal Boccaccio, che, nobile bandito da Siena, vi visse assalendo e depredando chi si trovasse incautamente a passare da queste parti. Un personaggio truce che non esitò a marciare su Roma per assalire il tribunale e tagliare la testa al giudice Benincasa di Arezzo colpevole di aver condannato a morte suo fratello. O che non esitò a rapire lo stesso potente abate di Cluny che viaggiava alla volta del papa per chiedere un riscatto. La leggenda vuole anzi, che la rigida dieta (probabilmente a pane e acqua) cui l’alto prelato fu costretto durante la sua prigionia a Radicofani, fu molto efficace per guarire il mal di stomaco del quale era gravemente affetto. Rendendo l’abate talmente felice che non solo pagò senza lamentarsi il prezzo del suo riscatto, ma volle addirittura impegnarsi presso il pontefice per riabilitare Ghino di Tacco.

Altri tempi, senz’altro. E ben altri metodi per curare i malanni. Torniamo, invece, alle più tranquille e benefiche acque termali che erano probabilmente già conosciute dagli antichi etruschi e sicuramente utilizzate dai romani, da quanto emerge dai ritrovamenti archeologici. La loro fama era tale che molti uomini vi vennero nel tentativo di recuperare la loro solute. Come fece, ad esempio, Lorenzo il Magnifico, in ciò consigliato dal Poliziano, nel 1485 e successivamente il granduca Ferdinando II e il principe Francesco Maria de’ Medici nel ‘600.
Nei secoli successivi, il minuscolo borgo ha subito la concorrenza dei vicini centri termali di Chianciano e San Casciano dei Bagni. Anche qui, gli impianti si sono adeguati al progresso tecnologico. Eppure, visitare questo minuscolo borgo smarrito sulle falde verdissime dell’Amiata, in vista della Val d’Orcia è come fare un salto indietro nel tempo. Fra le strade raccolte e silenziose del minuscolo borgo con le sue case di pietra. E con d’innanzi agli occhi l’inconfondibile profilo della torre di Radicofani. Dalla quale, come allora, potrebbe scendere rumorosamente Ghino di Tacco con i suoi sgherri.
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